ODISSEO
Di certo la più celebre “catabasi” (discesa agli inferi) rimane quella omerica di Odisseo, narrata nel libro XI dell’Odissea, che ci ricorda a sua volta la discesa di Enea tra i morti. Questo avviene non soltanto per il fatto che Virgilio ha sempre costantemente uno sguardo sul modello omerico, ma anche per le evidenti affinità narrative tra la catabasi omerica e quella virgiliana.
Ulisse scende nell’Ade per apprendere quale destino lo aspetta: vuol sapere quando terminerà il suo viaggio e quando giungerà finalmente a Itaca. Tiresia, l’indovino cieco, gli spiega che il suo viaggio alla volta della patria sarà ancora lungo e faticoso, e una volta che è giunto dovrà combattere contro alcuni usurpatori e che infine, dopo aver riportato la pace sulla sua isola, dovrà nuovamente ripartire per un altro viaggio. Proprio questo spazio macabro ed inospitale diventa per Odisseo, e in seguito per Enea, il palcoscenico per importanti incontri con gli affetti più cari. Odisseo incontra la madre Anticlea, la cui ombra invano tenta di abbracciare; i compagni con cui aveva condiviso anni di guerra: Agamennone, Aiace e Achille, che gli confessano che preferirebbero essere un bovaro, ma vivo, piuttosto che giacere come una vana ombra nell’Ade. Grazie a questi incontri Ulisse ha la possibilità di fare il punto della situazione, di guardare al suo passato con serenità, con altrettanta serenità guardare al futuro, consapevole della dolorosa realtà della morte.

ENEA

La discesa agli inferi di Enea ricorda moltissimo quella omerica, ma l’architettura d’insieme è più complessa. Egli vuole entrare negli inferi per inseguire il desiderio di rivedere e riabbracciare il padre Anchise. Enea incontra Didone, che lo guarda muta accanto all’ombra di Sicheo e incontra anche Anchise che lo guida attraverso le anime dei morti e gli mostra le anime di coloro che ancora devono nascere: Enea ha ora dinanzi a sé una schiera infinita di uomini e donne che rappresentano il futuro dell’eroe e non il suo passato. Proprio qui sta la differenza tra Odisseo ed Enea: il primo si era mosso spinto dal desiderio di conoscere il destino personale ed aveva incontrato le anime di quanti già aveva conosciuto, il secondo invece cerca risposte che riguardino non solo il cammino futuro, ma le ragioni stesse del suo peregrinare. Vuol sapere cosa ci sarà dopo Troia, vuol sapere perché ha dovuto abbandonare Didone, perché ha perso tanti compagni e persino il suo amato padre. E l’ombra di Anchise è lì a rispondergli. Enea si trova dinanzi non solo il suo destino, ma a quello di tutta la sua stirpe. E questo altro non è che il destino di Roma, sino ai tempi di Virgilio!

ORFEO

Figlio del re di Tracia Eagro e della Musa Calliope, fu il più famoso poeta e musicista mai esistito. Apollo gli donò la lira e le muse gli insegnarono a suonarla. Quando suonava e cantava, piegava gli alberi e muoveva le rocce, domava le bestie feroci e faceva deviare il corso dei fiumi, inducendo tutti a seguirlo. Orfeo, oltre ad essere un bravo musicista, era un ragazzo molto coraggioso, infatti decise di partire con gli Argonauti salpando con essi per la Colchide alla ricerca del vello d’oro. Al ritorno da questa avventura sposò Euridice. Un giorno, nei pressi di Tempe, nella vallata del fiume Peneo, Euridice incontrò Aristeo che cercò di abusare di lei, la ragazza cercando di sfuggire calpestò un serpente che la morse provocandole la morte. Il coraggioso Orfeo, disperato per la morte della sua amata, decise di scendere nel Tartaro con la speranza di ricondurla sulla terra. Arrivato nell’Oltretomba, non solo riuscì ad incantare Caronte il traghettatore, Cerbero e i tre giudici dei morti con la sua melodiosa e dolce musica, ma fece cessare le torture dei dannati riuscendo anche ad addolcire lo spietato cuore di Ade tanto da convincerlo a restituire Euridice al mondo dei vivi. Ade, però, pose una condizione, che Orfeo, durante l’ascesa del Tartaro non si voltasse indietro e non parlasse finché Euridice non fosse arrivata alla luce del sole. Per tutto il viaggio di ritorno la ragazza seguì il suono della lira di Orfeo, ma appena il ragazzo intravise la luce, si girò per controllare se Euridice fosse con lui e fu così che la perse per sempre. Quando Dioniso invase la Tracia, Orfeo dimenticò di onorarlo, iniziando invece i suoi fedeli ad altri misteri e condannando i sacrifici umani. Ogni mattina si alzava per salutare l’alba dalla sommità del monte Pangeo e affermava che Apollo era il più grande di tutti gli dei. Dioniso, irritato, incaricò le Menadi di vendicarsi per questo affronto. Esse raggiunsero Orfeo a Deio, attesero che i lori mariti fossero entrati nel tempio di Apollo e, impadronitesi delle armi, uccisero tutti gli uomini e fecero a pezzi Orfeo. Gettarono la sua testa nel fiume Ebro che galleggiò, sempre cantando, fino nell’isola di Lesbo. Le Muse addolorate seppellirono le membra di Orfeo a Libetra, ai piedi del monte Olimpo, dove si narra che il canto degli usignoli è più dolce che in qualsiasi altre parte del mondo. Le Menadi tentarono di purificarsi del sangue di Orfeo nel fiume Elicona, ma il dio del fiume si tuffò sottoterra ed emerse quattro miglia più in là con il nome di Bafira, così facendo evitò di divenire complice del massacro. Dopo la morte di Orfeo, il suo strumento divenne la costellazione della Lira. Altri danno un’altra versione della morte di Orfeo: dicono che Zeus lo uccise con una folgore perché colpevole di aver diffuso i misteri degli Dei.

DANTE

Il viaggio nell’aldilà denso di significati simbolici: rappresenta il desiderio dell’uomo di conoscere il proprio futuro e il proprio ruolo nel mondo e nella società e, insieme, di “vedere” quale vita ci attende dopo la morte.

è un’esperienza terribile, alla quale sono chiamati pochi eletti. L’eroe antico era spinto a intraprendere un cammino così pericoloso e arduo, ancora una volta, per la necessità di conoscere attraverso il mondo dei morti, il proprio destino e avere conferma del proprio ruolo. Così Ulisse, nell’Ade, incontra Tiresia che gli predice il futuro e ritorna dagli Inferi con la conferma della sua regalità, riprende il viaggio verso Itaca, vincendo le prove poste sul suo cammino. Enea conosce il compito al quale era stato chiamato: fondare una nuova Troia alla foce del Tevere.

Il “pellegrino” Dante compie il viaggio nell’aldilà per conquistare la salvezza e conoscere la propria missione: essere la guida di un rinnovamento spirituale che possa portare a rifondare la Cristianità.

Molte sono le analogie con il viaggio nell’Aldilà compiuto nell’antichità: desiderio di conoscere la propria missione, il superamento di un confine (quello fra i vivi e i morti), la consapevolezza della pericolosità del viaggio, la necessità di una guida. In realtà, per, il viaggio nell’aldilà dell’eroe del mondo antico ha un significato diverso da quello del “pellegrino medievale”. Per l’eroe classico, l’oltre mondo fa parte del mondo, perciò la spazialità e la fisicità sono al centro dell’esperienza; per Dante, il mondo fa parte dell’oltre mondo, perciò lo scopo della vita dell’uomo la possibilità di raggiungere Dio dopo la morte, la vita terrena un momento di passaggio per conquistare la vita spirituale, ultraterrena.

Il viaggio di Dante fu proiettato non verso la conoscenza dei segreti del mondo terreno, ma dei misteri dell’aldilà; se il viaggio degli antichi eroi si attua in direzione orizzontale, quello di Dante avviene in senso verticale, per raggiungere la visione di Dio.

Il viaggio perse sofferenza, penitenza, come per l’antichità. Anche per questo viaggio, elemento indispensabile per la paura che coglie il viandante: Dante, impaurito dalle tre belve della “selva oscura”, vorrebbe fuggire attraverso il “dilettoso monte” e salire immediatamente verso il bene, ma deve prima conoscere tutte le manifestazioni del male del mondo.